Blockchain Watch: dura lex, sed lex

Apriamo questo report con la notizia che Charlie Shrem, il venticinquenne fondatore di BitInstant, il 19 dicembre scorso è stato condannato a due anni di reclusione e altri tre di libertà vigilata per reati collegabili al riciclaggio di denaro tramite Bitcoin. Questa notizia, molto brutta per Shrem e le persone che lo stimano, è invece ottima per il Bitcoin e tutte le imprese che intorno ad esso stanno prendendo vita.

Ma procediamo con ordine: BitInstant (servizio ad oggi dismesso) è stato uno dei primi exchange ad operare in questo settore, offrendo un sistema inedito e molto rapido per acquistare bitcoin tramite contante presso operatori dislocati sul territorio. Charlie Shrem, il fondatore, è stato uno dei primi a credere nel Bitcoin, uno dei più attivi “evangelist” nella community e uno dei co-fondatori della Bitcoin Foundation nel 2012 – prima dei suoi problemi legali ha rivestito la carica di vicepresidente.
BitIstant ha visto momenti di luci e ombre: fondato nel 2011 ha rapidamente acquisito consenso, al punto da ricevere 1.5 Milioni di dollari in finanziamenti dai fratelli Winklewoss (chi conosce la storia di Facebook e si interessa del Winklewoss Bitcoin Trust dovrebbe sapere chi sono) e chiudere un importante accordo con Jumio, il sistema per la verifica dell’identità già utilizzato da decine di servizi già molto diffusi (necessario quindi per evitare utilizzi illeciti della sua piattaforma). BitInstant è stato anche bersaglio di una class action, a causa dei disservizi che si verificavano nei momenti di più elevata volatilità del tasso di cambio (tagliando fuori gli utenti dalla possibilità di comprare o vendere “istantaneamente”).

Le cose per lui si sono messe male quando FBI ha formalizzato il sequestro di Silk Road e, a seguito delle indagini compiute, è emerso che tramite BitInstant sono transitati circa 1 milione di dollari destinati agli acquisti di merce illegale su questa famigerata piattaforma. Arrestato il 26 Gennaio a New York e rilasciato su cauzione, Shrem si è dichiarato colpevole di aver condotto un business illegale di “trasmissione del denaro”, aver facilitato attività di riciclaggio e non essere stato in grado di documentare la provenienza del denaro con le autorità bancarie (link all’articolo su Bloomberg sui capi d’accusa).
Sebbene sia condivisibile l’opinione che abbiano sparato col cannone ad una mosca (HSBC per 670 miliardi di dollari in una questione simile se l’è cavata con una multa), Shrem ha dichiarato che non ha bloccato l’account di Faiella – l’altro imputato e autore materiale del cambio tra dollari e bitcoin- in quanto ci faceva buoni affari e permetteva all’azienda di guadagnare bene (circa un milione di dollari di transato).

La condanna di Shrem è un’ottima notizia per il Bitcoin, in quanto si può facilmente dedurre che:

  1. Le transazioni che avvengono in bitcoin sono tracciabili (non ci stancheremo mai di ribadirlo)
  2. Gli usi criminali che se ne fanno sono perseguiti e puniti già con le leggi attuali
  3. Sono stati applicati regolamenti già esistenti (licenza di “money transmission”)
  4. Questa dura lezione renderà ancora più attenti tutti gli exchange nei confronti dei loro clienti

Il giudice Jed Ratkoff, nel leggere la sentenza, ha specificato che Shrem non è il “bambino che ha fatto lo sbaglio della vita” ma un attore entusiasta nel partecipare ad un crimine che coinvolgeva il bitcoin per la vendita di droghe.
Sempre nelle note in un puntuale articolo Reuters si legge che la forte innovatività del Bitcoin ha reso difficile il controllo del traffico di droga: il giudice pertanto non ne condanna l’esistenza, ma riporta che questo nuovo strumento può rendere difficile la vita a chi deve vigilare.

La domanda che dobbiamo farci è: quanto è più difficile tracciare un bitcoin rispetto al normale contante? Quanto sarebbe stato più difficile per l’FBI risalire a Shrem se al posto di una criptovaluta con registro pubblico delle transazioni (la blockchain) si fosse optato per strumenti non tracciabili?

Nel frattempo la storia prosegue: il 13 Gennaio avremo la sentenza di Ross Ulbricht (il gestore di Silk Road) e il 20 Gennaio ci sarà quella di Robert “BTCKing” Faiella. Difficilmente se la caveranno con meno.

 

Proseguiamo con un’altra notizia, questa tutta italiana: venerdì 19 Dicembre, alla Camera dei Deputati, si è tenuto il primo di tre incontri, denominati Call for Information, sul quale prosegue l’attività di analisi e indagine dei nostri governanti nei confronti del Bitcoin. All’incontro, organizzato dall’associazione Cashless Way, ha partecipato anche il nostro presidente Franco Cimatti, il quale ha risposto alle domande dell’On. Sergio Boccadutri sui temi più caldi di questo fenomeno, tra cui spicca quello del riciclaggio e della necessità (o meno!) di regolamentazione specifica. Come riferimento è utile poter leggere le impressioni “quasi a caldo” dell’Avv. Giulia Aranguena, autrice di questo post sul sito Newmoney e ottimo punto di riferimento in quanto anche lei interpellata come relatrice.

Sebbene alcuni punti non rispecchiano la posizione di questa associazione, siamo assolutamente daccordo sulla necessità di preservare questa innovazione da uno sbilanciamento verso il solo contrasto alla criminalità, condannando l’intera tecnologia in luogo degli usi che se ne fanno. E la sentenza del caso Shrem rappresenta un importante monito per tutti quelli che pensano di aver trovato nel Bitcoin un alleato per le proprie attività criminali (in quanto è dimostrato l’assoluto opposto).

 

Le leggi non sono soltanto quelle scritte e visibili, ce ne sono altre (che piacciono tanto a chi segue le criptovalute) provenienti dal mercato. Il Bitcoin oggi è da solo e privo di leggi specifiche, pertanto il suo tasso di cambio, termometro della diffusione e dell’attenzione che riceve anche dai media, è teoricamente regolato dai flussi di domanda e offerta che si sviluppano sugli exchange di cui BitInstant era uno degli esponenti. Data quindi una certa quantità di bitcoin in vendita a prezzo d’asta (secondo i meccanismi del book of orders) maggiore è la domanda e maggiore sarà il prezzo a cui sarà possibile acquistarli/scambiarli. Purtroppo l’assenza di regole (e le relative sanzioni) espone il fianco ad azioni di disturbo che possono variare artificialmente il tasso di cambio, influenzando le dinamiche di questo mercato e perfino l’afflusso di capitali d’investimento.

Queste dinamiche, punite (duramente?) nella finanza tradizionale, non sembravano fino ad oggi avere un influsso riscontrabile sul volume degli scambi, sebbene secondo il portavoce di Overstock (qui il CEO che annuncia l’adozione sulla sua piattaforma) il fatturato è stato inferiore alle aspettative. Pertanto da un lato ci si chiede in che misura il calo del tasso di cambio possa ridurre la propensione a spendere i propri bitcoin (in attesa di tempi più maturi), dall’altro se l’aumento del volume di transazioni riscontrato negli ultimi mesi sia invece imputabile ad un progressivo abbandono di questo strumento, ovvero un crescente numero di transazioni di vendita superiori ai flussi di acquisto.

In questo caso un indicatore può venire dal mining, il quale per la prima volta dopo circa due anni vede in calo la cosiddetta “difficulty” per la soluzione/scrittura di un blocco. Come sanno bene quelli che hanno minato bitcoin in casa la difficulty è una componente dell’algoritmo Bitcoin che governa e mantiene prevedibile la produzione di nuova moneta, premiando con un certo quantitativo di criptomoneta (oggi 25 bitcoin) chi mette a disposizione la propria potenza di calcolo per risolvere le complesse operazioni matematiche di SHA256, necessarie alla validazione di una transazione. Il protocollo è strutturato per fare in modo che questi 25 bitcoin (erogati ogni 10 minuti) vadano casualmente ad uno soltanto dei minatori, con una probabilità proporzionale alla quantità di potenza di calcolo che quest’ultimo offre alla rete. Maggiore è la quantità di computer/ASIC che questo dedica al mining di bitcoin, maggiore è la probabilità che riceva i 25 bitcoin in palio (al netto delle questioni riguardanti le pool).

Se il numero di persone che vuole minare bitcoin aumenta, la difficulty segue lo stesso andamento, aumentando in misura proporzionale. Viceversa se questa propensione diminuisce, indicando un calo dell’hardware che viene dedicato al mining, chi “rimane in piedi” ha più probabilità di essere premiato in quanto la difficulty abbassa la complessità dei calcoli e “facilita” la scoperta di un blocco all’hardware esistente.

Numeri alla mano si tratta di pochi punti percentuali, ma è innegabile che il mining è in calo, probabilmente influenzato da un così repentino calo del tasso di cambio, al punto che probabilmente in alcune aree la quantità di bitcoin minabili giornalmente non è neanche sufficiente a ripagare le spese di elettricità.

Bitcoin Difficulty and Hashrate Chart   BitcoinWisdom

 

Il Bitcoin è in contrazione? Più probabilmente siamo in una fase transitoria, nella quale i servizi nati su base “hobbystica” che hanno caratterizzato tutto il 2013 e l’inizio del 2014 si sono progressivamente tirati indietro (o “sono stati tirati indietro” come il caso di BitInstant), contrastati dalla reazione delle istituzioni che hanno dato una stretta regolatoria al settore e dalla domanda di servizi più professionali da parte dell’utenza. Dall’altra parte ci sono aziende in forte crescita, anche grazie ai finanziamenti di venture capital letteralmente piovuti nel settore, che sono volti a consolidare gli aspetti più “mainstream” del Bitcoin.

Se quindi da un lato abbiamo leggi, create dagli uomini, che cercano di governare e garantire anche questo business, dall’altro abbiamo leggi della matematica, del mercato e della cosiddetta “teoria dei giochi” che, oggi in misura più importante rispetto alle prime, governa l’andamento del Bitcoin.
Il futuro ci potrà dire dov’è il prossimo punto d’equilibrio!

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